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La scuola di Beslan
di Evghenij Evtushenko
Io sono uno che non ha mai finito una
scuola in vita sua
Uno che ha sempre pagato per le
malefatte altrui
ma ora vengo a te, Beslan,
per imparare davanti alle rovine della
scuola tua.
Beslan, lo so, sono un cattivo
padre io,
ma davvero dovrò assistere
alla fine di tutti i cinque figli miei
sopravvivendo nella vecchiaia per
castigo?
Lo so, non sono in una città
straniera
mentre cerco il mio cuore tra i fiotti
del dolore
inciso goffamente col coltello
in quell'ultimo banco bruciato della
scuola.
Che cosa sarai mai in Russia tu, o
poeta?
Paragonato al tritolo, sei un
moscerino.
E non abbiamo oggi scusa alcuna
se sulla terra tutto questo accade.
Come ad un tratto lì a Belsan
tutto si fonde ancora:
l'inafferrabilità, il caos, l'orrore
l'imperizia di saper salvare senza
fare vittime
e al tempo stesso tutte quelle storie
di coraggio.
E il passato, guardandoci, trema
e il futuro, promessa innocente,
tra i cespugli si sottrae al presente
che gli spara alla schiena.
Ma la mezza luna abbraccia la
croce.
Tra i banchi bruciati e tra i cespugli
come fratelli vagano Maometto e Cristo
raccogliendo dei bambini i pezzi.
Oh Dio dai tanti nomi, abbracciaci
tutti!
Che davvero dovremo seppellire senza
gloria
accanto ai bambini di ogni credo
noi stessi nel cimitero di Beslan?
Quando andavano i convogli in
Kazakhstan,
stracolmi di ceceni ammassati l'un
sull'altro,
il terrore futuro si stava generando là,
nel liquido amniotico di quei
nascituri.
Laggiù, in quella prima culla
sempre più cattivi,
si stringevano loro, felici di
nascondersi così,
eppur sentivano attraverso il grembo
della madre
il calcio dei fucili sulle teste.
E certo non pregavano Mosca
che li confinava nella steppa, dove
tutto è piatto e spoglio,
come se per incanto sulla terra
Satana avesse cancellato i monti
antichi.
Ma la lama ricurva della luna, lì
tra le fessure nei tetti delle case di
terra
ricordava loro il segreto dell'Islam
tra gli slogan sovietici dell'inganno
E l'arroganza plebea di
Eltsin,
e la fanfaronata di Graciov su quella
"guerra-lampo"
li spinsero poi verso i primi
attentati,,
e allora alla guerra non ci fu più
scampo...
Le kamikaze cecene portano
esplosioni sul petto,
alla vita, e al posto della collana al
collo.
E come sempre, tanti più morti si
lasciano alle spalle
tanto più basso è il prezzo della
vita.
Com'è cambiato il volto del
firmamento,
la tenebra a Beslan esplode solo per i
tank,
e ha sussultato al pensiero della fine
in quella scuola e il quel campo di
basket laggiù
la mina innescata da Stalin.
Ma a niente serve la vendetta.
Salvaci, Dio dai molti nomi, dalla
vendetta.
Finché ci sono ancora bimbi vivi,
non ci dimentichiamo la parola
"insieme".
Nessuno di noi è eroe da solo,
ma dinnanzi alla nuda verità tutti
noi siamo nudi.
Io sto insieme ai bambini bruciati.
Sono anch'io uno di loro... Uno della
scuola di Beslan.
(traduzione di
Nadia Cicognini)

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